Sezione di Udine

La Protezione Civile dell’ANA di Udine

Ogni racconto sulla storia della Protezione Civile (P.C.) inizia sempre con la frase “La Protezione Civile è nata al tempo del terremoto del Friuli”. Questo in parte è vero ma solo per quanto riguarda la storia della nostra Associazione.

È storicamente noto che il territorio della penisola italiana è periodicamente colpito da catastrofi naturali di varia natura: terremoti, alluvioni, eruzioni vulcaniche, solo per citare i fenomeni che vi si abbattono più di frequente. L’esigenza di fronteggiare simili eventi risale a molto tempo fa e le soluzioni adottate riflettevano la tecnologia disponibile all’epoca ma soprattutto il tipo di organizzazioni che potevano intervenire e gli strumenti legislativi a disposizione per affrontare e superare tali emergenze.

Prima dell’unità d’Italia, il soccorso e l’assistenza alle popolazioni colpite da una catastrofe, non era ancora considerato compito prioritario dello stato e a peggiorare le cose c’era il fatto che ogni staterello aveva leggi ad oc per le sole emergenze che potevano verificarsi sul proprio territorio ed operava con tempi di intervento che potevano variare a seconda della struttura burocratica e della capacità di intervento dell’apparato militare. All’epoca, quando andava bene, ma soprattutto nei casi più gravi, il singolo stato affrontava le emergenze causate da catastrofi naturali al pari di interventi militari, anche in conseguenza della loro disponibilità di mezzi e d’attrezzature sia per la loro ordinata ed efficiente struttura organizzativa, ma nella maggioranza dei casi era la generosità popolare a fornire l’unico aiuto agli sventurati.  aveva tempi e modalità di intervento che si differenziavano da stato a stato. Per la gestione delle emergenze veniva nominato dalle autorità centrali un commissario investito di poteri straordinari. A peggiorare queste situazioni bisogna ricordare che il dare aiuto e soccorso a popolazioni colpite da calamità non veniva considerato compito prioritario dello Stato: il soccorso veniva delegato alla generosità popolare, quasi paragonato ad opere di beneficenza, nei casi più gravi, veniva affrontato al pari di un intervento militare. Infatti, i militari hanno da sempre rappresentato l’ossatura della struttura dei soccorsi, sia in virtù della loro disponibilità di mezzi e d’attrezzature sia per la loro ordinata ed efficiente struttura organizzativa.

Con l’unità d’Italia le leggi dello stato sabaudo vengono estese a tutti gli staterelli che ad esso vengono annessi, abolendo contemporaneamente tutte le norme specifiche preesistenti. All’epoca la procedura seguita per affrontare le emergenze era ancora molto semplice. Il prefetto competente per la zona colpita dalla catastrofe naturale emanava provvedimenti urgenti specifici per la zona e la tipologia di evento calamitoso da affrontare. Per la gestione ed il superamento di un’emergenza venivano mobilitati esercito e forze dell’ordine, affiancati da gruppi di volontari improvvisati che intervenivano in forma spontanea e non coordinata.

La prima legge sul soccorso è il Regio Decreto-legge n. 1915 del 2 settembre 1919, che fornisce un primo quadro normativo ai servizi di primo soccorso in caso di calamità naturali, che però sono ancora limitati al terremoto, la casistica di catastrofe naturale più ricorrente sul territorio nazionale. L’autorità che veniva designata alla direzione ed al coordinamento di tutte le componenti civili, militari e locali impegnate nelle fasi dei soccorsi era il Ministero dei Lavori Pubblici.

Successivamente con la legge n. 833 del 15 marzo 1928, viene ulteriormente schematizzata l’organizzazione dei soccorsi e confermato il Ministero dei lavori pubblici quale organo statale posto a coordinamento e direzione degli interventi di soccorso, estendendo anche al personale de i Pompieri, delle Ferrovie dello Stato, della Croce Rossa ecc. la possibilità di operare nell’area colpita dalla calamità naturale. Inoltre, si comincia a prender coscienza che i terremoti non sono le sole catastrofi naturali ci si può dover trova ad affrontare.

Nel 1951, a livello governativo, venne proposta l’istituzione di un “Corpo nazionale di soccorso” ma l’iniziativa venne bocciata in quanto da più parti si temeva che si potesse fare un uso improprio del personale ad esso assegnato, e fino al 1967 si assistette a vari deludenti tentativi di istituzionalizzare a livello nazionale il servizio di P.C.. Gli unici interventi legislativi si ridussero all’emanazione di soli provvedimenti d’urgenza per affrontare le calamità naturali verificatesi in quegli anni.

Dopo l’esperienza del terremoto del Belice però venne emanata la legge 996/1970 nella quale compare il primo embrione di quello che diverrà l’attuale dipartimento nazionale di P.C.. Per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico compare il concetto di Protezione Civile, precisando inoltre cosa si deve intendere per calamità naturale e catastrofe. Si comincia ad affermare un modello di protezione civile intesa come predisposizione e coordinamento degli interventi, individuando anche i compiti fondamentali affidati ai vari organi della protezione civile. Tutto questo al fine di predisporre una più razionale organizzazione degli interventi e per far arrivare nel modo più rapido ed efficace i soccorsi alle popolazioni colpite.

Allo stesso tempo viene riconosciuta l’attività del volontariato di Protezione Civile. Al Ministero dell’Interno, attraverso il Corpo dei Vigili del Fuoco, viene assegnato il compito di istruire, addestrare ed equipaggiare i cittadini che volontariamente offrono il loro aiuto.

Sempre in questo periodo la storia della Protezione Civile si incrocia con la vita e l’attività politica dell’Onorevole Giuseppe Zamberletti

In quel periodo gli venne affidato l’incarico di riformare l’organizzazione dei Vigili del Fuoco, dando la possibilità ai prefetti di organizzare i volontari in occasioni di emergenze ed al governo di nominare commissari straordinari per la gestione in loco dei soccorsi. Non si trattava ancora di un sistema permanente di protezione civile ed anche il ruolo del volontariato era ancora nebuloso a causa di resistenze di carattere politico di nuove norme che ne regolamentassero l’esistenza sia in epoca di “pace” che in emergenza.

Si arriva così al fatidico 6 maggio 1976, quando verso le 21 un terremoto di forte intensità, poi classificato come del 6,5 grado della scala Richter, colpì una vasta area del Friuli collinare e pedemontano. Ma è sera e le proporzioni della catastrofe si mostrarono in tutta la loro drammaticità solo il mattino dopo. “La sede della Sezione di Udine già la sera del 6 maggio veniva aperta dal presidente magg. Guglielmo de Bellis che organizzava le prime squadre di soccorso, formate da volontari che si recavano nelle zone colpite per prestare i primi aiuti. Non era che l’inizio e lo slancio degli alpini friulani, seguito poi da quello di decine di migliaia da tutta Italia, dall’iniziativa del Presidente nazionale Bertagnolli che, con la sua “pazza idea” (come venne definita), promuoveva la più grossa e commovente “battaglia della fratellanza” che la storia italiana conosca e che ha stupito e commosso il mondo intero: perfino il Congresso degli Stati Uniti ne ha parlato decidendo di affidare proprio agli Alpini un vasto programma di ricostruzione finanziato dagli USA.”(Alpin jo Mame N° 3-1978). Fatto assolutamente eccezionale: uno stato si affidava ad una associazione piuttosto che ad un ente statale per gestire gli aiuti elargiti. Chiaro indizio di quale fosse la nomea degli Alpini Italiani nel mondo.

E fu proprio così. Migliaia di penne nere (ma non solo alpini) si prodigarono per quasi due anni in Friuli nell’opera di ricostruzione; distribuite in undici cantieri di lavoro: Magnano, Attimis, Buia, Gemona, Villa Santina, Majano, Moggio Udinese, Osoppo, Cavazzo Carnico, Pinzano e Lusevera, devolsero migliaia di giornate di lavoro, ricostruendo o ristrutturando case e manufatti di vario genere, dando soprattutto un indiscutibile esempio di cosa la solidarietà alpina è in grado di fare. Quella dei cantieri di lavoro era un’esperienza destinata a durare solo fino al mese di settembre; ma proprio in quel mese una seconda violenta scossa di terremoto rimise tutto in discussione quasi vanificando il lavoro già fatto. I volontari presenti in quel momento e tutti quelli che susseguirono in seguito non si persero comunque d’animo e continuarono a prestare la loro opera fino al 1978, quando nel luglio di quell’anno i cantieri vennero ufficialmente chiusi.

Per l’occasione il governo italiano nomina Commissario Straordinario l’On. Zamberletti, il quale si da subito da fare per coinvolge le istituzioni regionali e locali, in particolare i sindaci dei comuni colpiti, affinché lavorino a stretto contatto con lui. Per la prima volta vengono istituiti dei “centri operativi”, con l’obiettivo di creare in ciascun comune dell’area colpita dal terremoto una sorta di comitato direttivo composto da rappresentanti delle amministrazioni pubbliche e private, sotto la presidenza del sindaco, con il potere di decidere sulle operazioni di soccorso, sfruttando la conoscenza delle caratteristiche del territorio e le sue risorse.  Anche durante la fase della ricostruzione venne riproposta questo tipo di gestione, sia far avere un controllo diretto sul territorio ai sindaci che per far sentire le istituzioni più vicine ai cittadini. La popolazione partecipò attivamente alla ricostruzione del tessuto sociale e urbano secondo un modello, poi universalmente conosciuto come il “modello Friuli”, “com’era, dov’era”, completata in poco più di 15 anni.

L’incredibile successo dell’impresa friulana mise quindi bene in evidenza presso le istituzioni nazionali quale poteva essere il contribuito del volontariato nel superamento delle calamità in affiancamento alle istituzioni pubbliche. Negli anni successivi al terremoto fu incoraggiata ad esempio la collaborazione tra il servizio forestale e i volontari sia nella prevenzione che nella lotta degli incendi boschivi. Sempre nei tardi anni Settanta iniziò una stretta collaborazione tra enti locali, CAI e ANA, mirata alla conservazione e manutenzione dei sentieri di montagna. Impegni questi certamente importanti per la visibilità del lavoro svolto dagli alpini in congedo ma ancora non si stava parlando di gruppi di volontari di Protezione civile ma solo di volontari.

Dopo il periodo del sisma in Friuli venne anche il momento trarre delle conclusioni in merito alla gestione di quell’emergenza, inizialmente non proprio brillante. Si cominciò a parlare di costituire una struttura permanente per la gestione delle emergenze, in quanto ci si rese conto che il Commissario Straordinario, una volta giunto sul posto, era un generale senza un esercito. L’esercito doveva metterlo insieme sul posto con il materiale umano che trovava sul posto, quando l’emergenza era già iniziata.

Il 1980 fu l’anno del terremoto in Irpinia; ancora una volta si ripeté la gara di solidarietà dell’ANA nei confronti delle popolazioni colpite dalla calamità. Anche la Sezione di Udine vi partecipò mettendo a disposizione sia volontari che fondi raccolti presso i soci. Anche questa volta non si poté parlare di un intervento di P.C. in quanto i soci che raggiunsero i cantieri di lavoro erano singole persone animate da un forte spirito di solidarietà, che mettevano a disposizione il proprio tempo e la propria professionalità al servizio dei bisognosi. Ancora non facevano parte di una struttura organica a cui fare riferimento per il conseguimento di un comune obiettivo.

La gestione dell’emergenza causata il terremoto in Irpinia fu inizialmente fallimentare, caratterizzata da uno scarso coordinamento e disorganizzazione dei soccorsi. Dopo il caos dei primi giorni, il governo corse ai ripari nominando nuovamente come Commissario Straordinario l’On. Zamberletti, che riuscì a riorganizzare i soccorsi e a dialogare con i sindaci. L’allora Presidente Sandro Pertini, dopo aver constatato di persona lo scontento della gente in merito alla gestione dell’emergenza, pretese la creazione di una struttura permanente per la gestione di analoghe situazioni: quello che poi col tempo sarebbe diventato il Dipartimento Nazionale della Protezione Civile. Le resistenze politiche alla creazione di una simile organizzazione furono molte. Molti ministeri, a partire da quello dell’Interno, temevano di dover cedere il loro potere decisionale ad un nuovo dipartimento che in più avrebbe diretto il lavoro di svariate forze che erano proprio di loro competenza. Fu scelto per assumere per primo il ruolo di capo della nascente struttura l’On Zamberletti.

Proprio in quel periodo l’On. Zamberletti per raggruppare ed organizzare i volontari propose di istituire in ogni Comune corpi volontari della Protezione civile, che si sarebbero affiancati ai volontari delle associazioni come noi Alpini. Questi gruppi di volontari avrebbero dovuto costituire in futuro, attraverso strutture organizzative regionali, l’ossatura delle colonne mobili di intervento in caso di emergenza.

Nel 1985 si assistette ad una decisa svolta nell’ANA e nella Sezione di Udine, con la creazione di un primo embrione di una struttura di intervento in caso di emergenze. In concomitanza con l’annuale raduno al Monumento-faro del Monte Bernadia, tenutosi la prima domenica di settembre, venne organizzato quello che fu definito un primo esperimento di P.C..  “Si è voluto simulare un’emergenza, per la quale era necessario organizzare attendamenti, cucine, parcheggi e dotazioni sanitarie per oltre mille persone sfollate e ivi rifugiatesi. Su brevissimo preavviso, dato ad alcuni gruppi dotati delle attrezzature necessarie, è stato organizzato un adeguato attendamento, è stato approntato un centro sanitario con quattro medici, sono state confezionate oltre mille razioni e predisposti idonei parcheggi”. ( Alpin jo Mame n°3/4-1985)

L’iniziativa ricordata non nacque a caso ma fu la prima risposta della Sezione di Udine a quanto stava accadendo in Sede nazionale. Durante l’Assemblea straordinaria dei delegati che ebbe luogo il 9 settembre 1985 a Milano vennero approvate alcune modifiche allo statuto sociale dell’Associazione. La modifica più importante prevedeva che tra gli scopi dell’ANA ci fosse anche la partecipazione volontaria alla P.C.; in particolare il nuovo art. 2 al punto e) recita:” Concorrere, quale Associazione volontaria al conseguimento dei fini dello Stato e delle pubbliche amministrazioni in materia di protezione civile, in occasione di catastrofi e di calamità naturali.” Inoltre, all’art. 39 fu aggiunto il comma: “L’ANA consegue gli scopi di cui all’art. 2.” Con questo atto, la nascita della protezione civile ANA diventò ufficiale.

L’anno successivo, il 1986, in occasione dell’Adunata nazionale di Bergamo, la Sezione di Udine sfilò dietro ad uno striscione che recitava: “Protezione Civile: disponibili nella nostra collaudata autonomia”.

Il richiamo era ovviamente alle recenti modifiche statutarie approvate ed era anche un monito a quanti vorrebbero trarre profitto dal capace serbatoio di professionalità e solidarietà dei volontari alpini per fini meramente politici o ideologici. Il desiderio di mantenere un’identità autonoma è sempre stato forte fin dalla nascita della nostra P.C.. Nello stesso anno venne approvata la legge regionale 64/86 con la quale si istituì e regolamentò la struttura del servizio di P.C. regionale. La nuova legge prevedeva in particolare, la creazione dei gruppi comunali di P.C..

Il 1986 segna una svolta importante anche dal punto di vista legislativo, con l’approvazione della legge regionale, del Friuli Venezia Giulia, del 31 dicembre 1986, n. 64, quando ancora, la legge statale vigente in Italia in materia di protezione civile era la legge n. 996/1970. Con questa legge, sicuramente frutto dell’esperienza maturata nel corso dell’emergenza del terremoto del 1976, si incentrano le azioni di protezione civile sui tre momenti fondamentali della previsione – prevenzione, del soccorso e del ritorno alle condizioni di normalità. In particolare, la prevenzione non è solo da considerarsi come un’attività tecnica, ma deve diventare anche una forma di cultura.

Durante l’Assemblea dei delegati del 1° marzo 1987, l’allora Vicepresidente Toffoletti, con delega a presiedere alla commissione sezionale per la P.C., parlando all’assemblea “ha puntualizzato la posizione dell’ANA e la collaborazione che i gruppi possono dare all’iniziativa in termini di prevenzione. Anche il ripristino dei sentieri va visto in quest’ottica. … Molti gruppi sono già attrezzati: tende, cucine da campo, utili anche per momenti di emergenza e non solo per supporto alle manifestazioni. È stato ricordato, infine, con compiacimento che l’ANA è stata riconosciuta ufficialmente dallo stato come organismo di Protezione civile.” (Alpin jo Mame n°1-1987)

Il 1987 vide il primo impegno ufficiale della P.C. sezionale. L’occasione fu purtroppo ancora un evento calamitoso questa volta in provincia di Sondrio. Il 18 luglio 1987 un nubifragio colpì la Valtellina. La situazione era aggravata dal fatto che un anomalo innalzamento della temperatura aveva provocato lo scioglimento dei ghiacciai, causando l’aumento di portata dei fiumi. Numerose frane riempirono di detriti e fango i corsi dei fiumi e una in particolare sbarrò il corso dell’Adda a monte delle cittadine di Sondrio, Morbegno e Bormio. Come nel caso del Friuli la Sede nazionale lanciò l’invito a tutte le Sezioni a inviare volontari in soccorso. L’organizzazione sezionale si mise in moto speditamente per poter organizzare ed equipaggiare le squadre di volontari da inviare sul luogo dell’emergenza, i primi dei quali lo raggiunsero fin dal primo di agosto. Giunti a destinazione trovarono una situazione per certi aspetti caotica e il rischio corso fu d’essere più d’impiccio che d’aiuto, ma il parroco della comunità di Cosio avvicinò il nostro capoturno esponendogli i problemi del proprio paese e chiedendogli aiuto. Iniziò così l’avventura dei volontari che distribuiti su quattro turni settimanali si avvicendarono nell’opera di rimozione della coltre di fango che ricopriva case, campagne e attività produttive di quel paese. A fine agosto la Sede nazionale considerò conclusa l’emergenza, ma la Sezione Udine continuò a prestare la propria opera per ancora una settimana ritenendo di non aver ancora concluso il lavoro intrapreso a favore delle persone colpite dall’alluvione.

L’anno successivo iniziò l‘espansione della forza dei volontari della P.C.. Un accenno in tal senso venne fatto dall’allora vicepresidente Roberto Toffoletti, il quale parlando all’Assemblea dei delegati nel marzo 1988, dopo la consegna degli attestati di partecipazione ai volontari impiegati in Valtellina, sollecitò “le risposte dai Gruppi circa la disponibilità di materiali e di nominativi di volontari” (Alpin jo Mame n°1-1988).

Durante lo stesso anno si moltiplicarono anche le riflessioni su quale avrebbe dovuto essere il ruolo dell’ANA nell’ambito della P.C. italiana. Un articolo a firma di Roberto Toffoletti apparso nel numero di dicembre della nostra rivista sezionale ben dimostra questo clima. L’attività di Protezione Civile è data dall’insieme di azioni svolte da persone opportunamente addestrate a prevenire o quanto meno a limitare danni alla popolazione, alle strutture connesse con l’insediamento e le attività umane, provocati da eventi calamitosi naturali o per azione dell’uomo. … Quando si parla di soccorso si deve far ricorso a specialisti, a persone che non basta siano volenterose poiché l’incapacità può arrecare danni maggiori. … L’ANA ha svolto in passato alcune attività di Protezione Civile, dopo il terremoto del 1976 vi è stata quella meravigliosa azione di ricostruzione che già in quel tempo ha manifestato una selezione tra i volontari, con generici e specializzati. Va da sé che la maggior utilità si è avuta dall’intervento di chi possedeva il mestiere richiesto dalle varie operazioni di riparazione. Tutta questa premessa per giungere all’essenzialità del problema. Per costruire squadre di Protezione Civile bisogna disporre di uomini specializzati per ogni settore di intervento che si vuol avviare. … Oggi con l’istituzione della legge regionale di Protezione Civile i comuni stanno organizzando le squadre di Protezione Civile il che può far pensare ad una competizione che potrebbe nascere tra le varie associazioni. Come superare questa difficoltà? Costituendo la squadra di Protezione Civile che darà la propria disponibilità al Comune il quale inserirà il capogruppo nel piano di Protezione Civile e conterà sull’operato ANA che dovrà rimanere alle dipendenze dell’organizzazione nazionale.”

Nel corso dell’anno i nostri volontari furono coinvolti in due diversi cicli di attività addestrative; una fu l’esercitazione nazionale denominata ANA 4, svoltasi a Trieste in giugno, durante la quale i volontari della Sezione ristrutturarono un fabbricato per una comunità di Handicappati a Sgonico. La seconda fu l’esercitazione triveneta tenutasi a Bassano del Grappa in settembre, a cui parteciparono oltre settanta volontari impegnati nella realizzazione di un attendamento autonomo e in lavori di carattere edile. Inoltre, a Trieste parteciparono anche nostri osservatori con lo scopo di imparare come si organizza e gestisce un’esercitazione di P.C..

La Sezione durante l’anno non fu impegnata solo in esercitazioni; negli ultimi mesi dell’anno un terremoto colpì l’Armenia. Il contributo dell’ANA si concretizzò nell’invio dell’ospedale da campo dell’ANA di Bergamo nella cittadina di Spittak. Per oltre sei mesi si avvicendarono sia volontari medici che generici, alcuni dei quali appartenenti alla Sezione di Udine.

A partire dall’Assemblea dei delegati del 1989 comparve ufficialmente nell’organigramma del direttivo sezionale la figura del responsabile alla Protezione Civile. Il primo a ricoprirne la carica fu il futuro Presidente sezionale Roberto Toffoletti.

Nel suo intervento all’assemblea dei delegati del marzo 1990, Toffoletti ribadì quali secondo lui avrebbero dovuto essere i rapporti con i neo costituendi gruppi comunali di P.C. e relazionò su alcuni aspetti legali della figura del volontario di P.C., quali la copertura assicurativa e il mantenimento del posto di lavoro in caso di impiego prolungato, garantito dalla precettazione della Prefettura di Udine, nei cui ruoli in quel periodo i volontari erano iscritti, per essere pienamente riconosciuti dalla pubblica amministrazione. Oltre a ciò, illustrò il programma della prima esercitazione sezionale di P.C. che si sarebbe svolta a maggio dello stesso anno; due i paesi interessati: Precenicco e Rivignano. A Precenicco era prevista l’evacuazione di una scuola a seguito di un incendio, mentre a Rivignano l’impegno consisteva nella sistemazione di un magazzino per la P.C., nella manutenzione delle sponde del fiume Stella e nell’allestimento di una tendopoli.

Qualche mese più tardi l’esperienza acquisita venne messa in pratica nel territorio del comune di Resia, colpito il 24 settembre da un’alluvione. Nell’abitato di Stolvizza i volontari vennero impiegati nell’opera di rimozione dei detriti portati dall’acqua in strade e cortili. Alcuni contrattempi burocratici impedirono l’impiego di tanti volontari a sostegno anche dei comuni contermini, generando malcontento tra quanti non poterono rendersi utili. La solidarietà alpina è anche questo: arrabbiarsi per non aver potuto fare il proprio dovere.

Nel corso dell’assemblea dei capigruppo del 1990, il coordinatore Toffoletti, dopo aver riferito con soddisfazione del buon esito dell’esercitazione di maggio e del suo favorevole impatto sulle popolazioni interessate, annunciò che nel quadro delle manifestazioni previste per l’anno successivo per il 70° di fondazione della nostra Sezione, sarebbe stata organizzata anche l’esercitazione triveneta di P.C. dell’ANA.

Nel corso del 1991 venne raggiunto un importante accordo tra l’ANA e la Regione Friuli VG: “perché, con il 20/09/91, la Sezione ANA di Udine è stata riconosciuta, con decreto regionale, partecipe dell’organizzazione di Protezione Civile. Fino a quel giorno eravamo riconosciuti in campo nazionale (prefettura) per la Regione ci voleva una prassi diversa.” (Alpin jo Mame n°4-1991)

In campo legislativo venne nel frattempo promulgata la legge 266 dell’11 agosto 1991 che dettava alcune regole sui compiti assegnati da svolgere ai volontari e sulle tutele di quest’ultimi.

Sempre nello stesso anno la zona di Latisana ospitò l’esercitazione triveneta “Tagliamento ’91” di P.C.. Durante la prima giornata di intervento i volontari si impegnarono in diversi lavori di pubblica utilità nei comuni di Pertegada, Precenicco, Palazzolo dello Stella, Ronchis e Latisana, quali la pulizia di aree verdi e la riparazione di manufatti edili. Il giorno successivo invece i volontari si prodigarono nella rimozione di alberi e ramaglie ammassati contro i piloni del ponte ferroviario a Latisana e si impegnarono nell’esercitazione di ricerca di persone e nel recupero di una vettura e del suo guidatore precipitati nel fiume Tagliamento.

Verso la fine di settembre di quell’anno un violento nubifragio causò lo straripamento dei corsi d’acqua della zona. Nei giorni successivi alcune squadre di volontari della P.C. si portarono nella zona per rimuovere il fango da strade e abitazioni.

Nell’Assemblea dei delegati del 1992 venne annunciato un cambio della guardia al vertice della P.C. sezionale: l’allora responsabile Roberto Toffoletti, designato nella stessa occasione a succedere a Ottorino Masarotti nella carica di Presidente della nostra Sezione, cede l’incarico di coordinatore ad Antenore Buratti.

In campo legislativo venne promulgata anche la legge 225 del 24 febbraio 1992 che sanciva l’istituzione, nelle sue strutture generali, dell’attuale Dipartimento Nazionale di P.C..

Il 20 luglio dello stesso anno venne firmata la prima convenzione tra le Sezioni ANA friulane e la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. L’accordo istituzionalizzava i rapporti di collaborazione tra la struttura comunale di P.C. e i volontari ANA, definendone allo stesso tempo anche i relativi compiti.

Sempre a luglio su richiesta del console italiano di Capodistria e su invito della Sede nazionale, i volontari della nostra Sezione prestarono servizio presso il campo profughi di Punta Salvatore in Croazia. Avvicendandosi in più turni realizzarono l’impianto elettrico del campo e contribuirono alla posa in opera di alcuni containers adibiti ad alloggio e servizi igienici.

Nel novembre 1994 un violento nubifragio si abbatté sul Piemonte. Questa emergenza rappresentò la prima operazione affrontata dopo la stipulazione della convenzione con la nostra Regione. Per tre settimane circa un centinaio di alpini lavorarono nella zona di Diano d’Alba impegnandosi nell’opera di rimozione di detriti che ostruivano i torrenti della zona. Piena soddisfazione venne espressa da parte della pubblica amministrazione, sia per l’operato dei volontari intervenuti, sia per i risultati della cooperazione tra gli alpini e le istituzioni regionali (forestali e direzione regionale di P.C.). In seguito, la solidarietà della Sezione a favore dei territori piemontesi colpiti dalla calamità si concretizzò anche nel ripristino di un oratorio danneggiato dall’alluvione nella cittadina di Ceva.

In tutti questi anni, i volontari di P.C. non furono impegnati solo durante le emergenze ma donarono anche il proprio tempo e professionalità a favore dei bisognosi. Un importante traguardo fu raggiunto nel dicembre 1994 quando fu inaugurata la casa costruita all’interno dell’ospedale civile di Udine, adibita per il soggiorno temporaneo e gratuito dei parenti dei lungo degenti del nosocomio.

Negli anni successivi, un’altra meritoria operazione di questo tipo fu intrapresa nella località di Zovello, in Carnia; venne ristrutturata una casa destinata ad ospitare ragazzi Down. Questo lavoro si protrasse fino al 1997, quando anche questa struttura venne inaugurata.

Dopo alcuni anni di relativa tranquillità, una nuova emergenza nell’alto Friuli vide l’intervento dei volontari di P.C. della nostra Sezione. Nella sera del 19 giugno 1996 una pioggia torrenziale si abbatté con particolare violenza su parte della Carnia e del Canal del Ferro. Allertati dai capigruppo della zona i volontari si diressero alla volta dei comuni di Moggio, Chiusaforte e Pontebba ed aiutarono i residenti a mettere in salvo i propri beni e a riattivare alcune attività artigianali e produttive. L’intervento si protrasse per circa dieci giorni ed impegnò a rotazione oltre cento volontari.

In questi anni la collaborazione tra l’ANA e la direzione regionale di P.C. si concretizzò anche con la partecipazione congiunta ad esercitazioni di evacuazione di scuole.

A fine luglio del 1997 una tromba d’aria si abbatté sulla zona di Bibione, causando molti danni. Immediatamente viene radunato un gruppo di volontari che si recò in zona per aiutare a rimuovere gli alberi abbattuti dal vento.

Sempre nel 1997 un nuovo terremoto, questa volta in Umbria, vide impegnati all’opera i nostri volontari. Nei mesi di settembre e ottobre alcune squadre di volontari si avvicendarono nell’opera di allestimento e mantenimento di una tendopoli per l’accoglienza degli sfollati.

Nel settembre 1998 un gruppetto di volontari intervenne a supporto dei gruppi comunali della zona di Tarcento allertati a seguito di un’emergenza meteo.

Il 1999 vide gli alpini friulani impegnati in nuove operazioni di solidarietà a favore di popolazioni disagiate. A metà aprile e a fine maggio alcuni volontari si recarono in Albania, a Kukes, nel quadro dell’operazione denominata “Arcobaleno”, per allestire un campo di accoglienza per profughi dei paesi dell’ex-Jugoslavia.

Sempre nello stesso anno un nubifragio colpì la zona di Treppo Grande. Nel giro di poche ore dalla richiesta di intervento un nutrito gruppo di volontari si portò sul posto per prestare soccorso alle famiglie colpite dall’evento meteorologico.

All’inizio del 2000 un altro nubifragio, questa volta nel sud della Francia, vide impegnata anche la nostra P.C.. Ai primi di gennaio, su richiesta del Dipartimento nazionale di P.C., gli alpini sono stati chiamati a rimuovere gli alberi abbattuti dalle trombe d’aria nella regione della Dordogna. L’impegno della Sezione di Udine si concretizzò con l’invio di alcuni volontari. Alla fine dell’operazione il contributo dei volontari del 3° Raggruppamento si poteva riassumere in due numeri: 103 chilometri di piste forestali sgomberate, rimuovendo 9.700 metri cubi di legname.

Negli ultimi mesi del 2000 un altro nubifragio obbligò i nostri volontari ad un nuovo intervento a favore di popolazioni colpite da calamità naturali. Questa volta ad essere colpite da un’ondata di mal tempo sono le Regioni del Piemonte e della Valle d’Aosta. Forti piogge torrenziali interruppero molte vie di comunicazione isolando numerosi paesi dell’area. Gli alpini della Sezione di Udine prestarono la loro opera di soccorso, assieme a quelli di altre Sezioni e al personale della P.C. ANA nazionale, inviando quattro squadre di volontari che si diedero il cambio nell’arco del mese di durata dell’intervento.

Seguì un periodo di relativa calma durante il quale i più importanti impegni della P.C. sezionale furono le annuali esercitazioni, che si tenevano fin dal 1990, e la partecipazione alle esercitazioni trivenete di P.C..

Nel novembre 2002 un nuovo disastro naturale si abbatté sull’Italia. In quest’occasione gli alpini furono chiamati ad intervenire in occasione del sisma che colpì la regione del Molise.

A poche ore di distanza dall’allertamento un folto gruppo di volontari della Sezione di Udine partì alla volta delle zone colpite per allestire tendopoli in cui trovarono ricovero i molti senza tetto.

L’anno successivo ad essere colpito da un disastro naturale fu di nuovo il nostro Friuli. Alla fine di agosto del 2003 piogge torrenziali causarono un’alluvione che colpì la Val Canale. In pochi minuti un’enorme quantità di acqua ingrossò i torrenti e i fiumi della zona. Fin dalle prime ore dell’emergenza e anche per molte settimane successive gruppi numerosi di volontari si portarono nelle zone colpite dal maltempo prodigandosi per aiutare la gente del luogo a rimuovere il fango e la ghiaia che aveva invaso le loro case e rimettere in sesto le proprie abitazioni.

Nell’aprile del 2005 una trentina di nostri volontari, molti dei quali appartenenti all’unità di P.C. sezionale, partecipano a Roma come supporto ai funerali di Papa Giovanni Paolo II. Si occuparono sia dell’assistenza dei pellegrini in centro città sia dell’allestimento che dello smontaggio delle tendopoli che accolsero i pellegrini.

Alla fine di ottobre 2006 i volontari della Sezione di Udine furono invitati a contribuire all’esercitazione nazionale di protezione civile a Cercola in Campania. L’ipotesi dell’esercitazione prevedeva l’evacuazione della popolazione residente nei pressi del Vesuvio a seguito di un allarme eruzione diramato dal Servizio di Rilevamento Geologico. Una piccola rappresentanza di volontari fu impiegata per allestire un campo di accoglienza per gli sfollati.

L’Assemblea dei delegati nella sua riunione del 2008 nominava il colonnello Luigi Ziani nuovo coordinatore della nostra P.C., che subentrava quindi ad Antenore Buratti.

Questo cambio comportò un modo diverso di gestire il gruppo di volontari iscritti.

Conseguenza di questo nuovo modo di concepire l’operatività della nostra P.C. sezionale fu, in primo luogo, una revisione complessiva dei piani operativi ed un ampliamento delle attrezzature in modo da renderle adeguate a quanto richiesto dalla convenzione che ci lega con la Protezione Civile Regionale.

Il progetto prevedeva una serie di “Piani Operativi”, uno per ogni settore di nostro possibile coinvolgimento, che, integrati tra loro, formano l’impianto operativo della P.C. sezionale. Quest’ultimo si integra e completa il piano operativo d’intervento generale della Protezione Civile alpina di tutte le Sezioni del Friuli VG.

Fra i progetti già realizzati il più significativo è senza dubbio la struttura della cucina. La sua realizzazione è stata un po’ sofferta, un po’ per l’adeguamento di tutte le attrezzature alle norme sanitarie vigenti, un po’ per la creazione di una mentalità degli operatori indirizzata alle norme di corretta manipolazione dei generi alimentari (HACCP) ma anche per la ristrettezza dei fondi a disposizione.

Nei primi giorni del 2009, infatti, l’area aquilana veniva sconvolta da un sisma. La struttura della nuova cucina era stata appena terminata. Alle 6.00 del mattino il Coordinatore regionale dava quindi l’ordine alle Sezioni più piccole che, essendo leggere e veloci, si potevano muovere immediatamente di partire. Alcuni giorni dopo il Dipartimento Regionale della P.C. ordinava alla Sezione di Udine di raggiungere l’area operativa di “Acquasanta”, località nell’immediata vicinanza di L’Aquila. L’area venne raggiunta i primi giorni di maggio. La nostra struttura, quindi, entra in funzione il 10 maggio e, settimana dopo settimana, termina il suo impegno il 15 novembre 2009, dopo ben sei mesi. Nel periodo in esame la struttura ha prodotto ogni giorno circa duecentocinquanta pasti sia per gli sfollati ospitati nel campo che per il personale soccorritore. Molteplici visite dei NAS e ASL, per la verifica sulle applicazioni di una corretta manipolazione dei generi alimentari, ha promosso la struttura diventando così, in breve, punto di riferimento anche per altre realtà.

Si sono avvicendati ad Acquasanta 132 volontari della Sezione di Udine. Alcuni hanno fatto più turni settimanali.

Nel mese di maggio, la Sede ANA di Milano, assegna alle Sezioni del Friuli VG la gestione completa del campo di accoglienza di San Demetrio né Vestini, cittadina di cinque-seimila abitanti posta a 15 Km ad est rispetto a L’Aquila.

Altri 370 volontari si avvicendano fino alla chiusura avvenuta il 4 ottobre 2009. Nel campo, all’inizio, erano ospitati ben 500 sfollati, di cui un centinaio extracomunitari di varie religioni. Non è stata una passeggiata anche se molti volontari hanno lasciato una parte di cuore in quel paese e le amicizie con alcuni sfollati si sono rivelate forti. Qualcuno ha trovato anche l’anima gemella. Ma gli alpini, è risaputo, non si accontentano e coì, prima un po’ in sordina per poi diventare un vero cantiere, si è dato corso alla sistemazione del parco giochi per bambini rendendolo nuovamente usufruibile. Sul finire del mandato, durante una cerimonia religiosa alcuni abitanti del paese si sono avvicinati e ci hanno parlato della via Crucis che saliva sul monte alle spalle dell’abitato. Molte delle Icone erano cadute con la scossa di terremoto, così, mossi dal desiderio di dare ancora un segno di aiuto alla popolazione l’anno successivo, per un mese e mezzo una ventina di volontari hanno rifatto tutte le Icone e ritoccato anche la piccola chiesetta sulla cima del monte.

Alcuni, per precedenti di mestiere, sono stati impegnati a Fossa per la realizzazione delle piattaforme del costituendo villaggio di 33 casette, volute dall’ANA, da consegnare ad altrettante famiglie.

L’attività svolta in Abruzzo ha reso tutti noi più consapevoli delle nostre possibilità e, naturalmente, ha evidenziato alcune lacune. Quest’ultime, esaminate con la giusta attenzione, hanno portato a rivedere alcune parti dei piani operativi, che comunque si sono dimostrati corretti, e a rivedere anche l’iter addestrativo del personale. Tutto questo ha messo in discussione la politica degli interventi ANA fino allora attuata. Con molta serenità, i Coordinatori delle Sezioni ANA del Friuli VG si sono riuniti più volte e, dopo un confronto approfondito, le modalità di intervento vengono riscritte seguendo un unico disegno da parte di tutte le Sezioni. Se non altro l’esperienza abruzzese ci ha mostrato la strada da intraprendere per realizzare una Protezione Civile non di campanile ma unitaria, pur nella massima autonomia di Sezione, ma unita e protesa per un unico scopo, che è l’essenza del nostro essere.

Dopo l’esperienza del terremoto abruzzese, gli alpini della sezione di Udine nel 2012 sono stati nuovamente chiamati a dare il loro contributo in supporto alle persone colpite da un’analoga calamità, ma questa volta in Emilia. Oltre ad aver gestito, assieme a volontari di altre Sezioni, per 5 mesi la cucina da campo della Sezione di Udine, dislocata presso il campo di accoglienza gestito dalla Protezione Civile regionale, e contribuito con un discreto numero di volontari anche per quella allestita a Quarantoli, altri volontari sono stati impiegati per la gestione del campo di Cento ed altri ancora con varie mansioni, tra i quali anche elementi della squadra sanitaria, in altri campi di accoglienza gestiti questa volta dall’ANA Nazionale, fra cui Finale Emilia. Nell’arco dell’intero periodo dell’emergenza hanno prestato la loro opera un totale di 318 volontari, alcuni dei quali sono ritornati più volte in Emilia.

Nel 2016 la terra ha tremato di nuovo in centro Italia, causando notevoli danni a molti paesi suddivisi tra le regioni del Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche. Una ventina di volontari della Sezione di Udine hanno coperto un paio di turni di servizio presso il campo di accoglienza aperto in Comune di Amatrice.

Nell’ottobre del 2018 a seguito di forti piogge il Tagliamento si ingrossava fino a quasi superare gli argini. Circa una ventina di Volontari della Protezione Civile Sezionale della zona del Latisanese hanno lavorato fianco a fianco con i volontari comunali per sorvegliare gli argini del fiume e dare l’allarme nel caso l’irreparabile fosse avvenuto.

L’anno successivo un’aliquota della squadra sanitaria sezionale ha fornito supporto alle squadre di volontari messe in campo per i lavori di messa in sicurezza del territorio dai danni causati dalla tempesta “Vaia” che si era abbattuta sul triveneto a fine ottobre 2018.

A novembre dello stesso anno un gruppo di volontari dei gruppi dei Rizzi e di Nespoledo hanno provveduto alla pulizia degli alberi caduti, a seguito degli intensi fenomeni temporaleschi che si erano abbattuti sulla regione e alla risistemazione del Cimitero degli eroi di Malborghetto.

Nel corso del 2020 non solo il Friuli, ma il mondo intero, è stato scosso da un’emergenza, questa volta sanitaria. Una trentina di volontari nel periodo più difficile dell’emergenza ha affiancato le squadre comunali per fornire assistenza alle persone che non potevano uscire di casa, recapitando loro a casa derrate alimentari e medicinali, oltre a concorrere alla distribuzione di mascherine alla popolazione.

A maggio un gruppo di volontari ha fornito supporto logistico agli operatori dell’ospedale da campo dell’ANA impiantato presso la fiera di Bergamo, impegnati a curare malati di Sars COV-2 che altrimenti si sarebbero riversati nelle strutture sanitarie presenti sul territorio rischiando di paralizzarne il lavoro.

Durante il periodo Covid-19 sono state fatte ben 629 giornate/uomo impiegando 75 volontari.

In questi anni l’attività dei volontari della P.C. della Sezione di Udine non si è limitata alla semplice partecipazione ad addestramenti o a emergenze, ma si sono anche impegnati in attività divulgative. Fra le attività importanti di questo tipo sono da annoverarsi: il campo scuola estivo, rivolto a ragazzi di età compresa tra gli 11 e 17 anni, durante il quale oltre ad attività all’aperto alcuni docenti insegnano cosa sia e quanto sia importante fare prevenzione e provano ad avvicinare i giovani al mondo del volontariato, in particolare quello della protezione civile, e “Terremoto io non rischio”, manifestazione promossa e patrocinata dal Dipartimento Nazionale di Protezione Civile, per divulgare in generale la cultura della prevenzione dei rischi da calamità naturali.

E la storia continua………

Per finire è bene ricordare le parole pronunciate dall’On Zamberletti al termine di una delle ultime interviste rilasciate, quando alla domanda posta dal giornalista se in Italia dopo tutte le emergenze affrontate si fossero apprese le lezioni imparate in fatto di organizzazione dei soccorsi e sulla prevenzione, così rispose:

Per la prevenzione, nel nostro paese, manca purtroppo la cultura. Non bastano, per questo, i poteri di intervento quando le catastrofi si avverano. In passato si è più volte provato, per esempio, a introdurre un libretto di condominio che certifichi le caratteristiche di tutte le case, per capire quali sono a rischio e quali no. Ma è sempre stata una battaglia persa, perché questo strumento influirebbe sui valori immobiliari, quindi si preferisce tacere. La storia è sempre la stessa, dopo un terremoto si discute di quello che bisogna fare, ma poi ce ne si dimentica.

Parole che dovrebbero far riflettere a molti.

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