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ROMANZO
"MEMORIE DIMENTICATE"
di Mattia Uboldi
PER NON DIMENTICARE
Presentazione del Presidente nazionale dell'ANA Corrado Perona
L'Associazione Nazionale Alpini è nata nel
1919, con diversi scopi ma il principale, quello che negli anni è sempre rimasto
invariato è quello che ci sprona a ricordare il sacrificio dei nostri Padri, Il
5 settembre 1920 i reduci alpini si ritrovarono sulla cime del Monte Ortigara.
La meta del raduno non era casuale ma ampiamente giustificata dagli eventi
bellici del giugno 1917, cosi come spiegò Padre Giulio Bevilacqua, Cappellano
Militare reduce dell’Ortigara: "perché l’Ortigara? (…)
Perché su quella montagna nuda, spelata, rocciosa, in quelle doline carsiche,
tremende, elevate a 2000 metri, noi abbiamo lasciato la parte migliore di noi
stessi, ventidue battaglioni alpini, il fiore delle nostre truppe e con tutta la
nostra passione di alpini, noi ritorneremo sempre a lei - per non dimenticare
- come dice l'iscrizione del
semplice monumentino che vi ponemmo, perché sentiamo, profondamente sentiamo,
che quel monte è il Simbolo nostro migliore! "
Molti si cimentarono nella descrizione di quegli eventi bellici rievocando le
gesta eroiche degli Alpini. Furono stampati racconti impressionami, libri di
tattica dettagliatissimi (ma fatti tutti con il senno del poi!), raccolte di
lettere di Caduti più o meno auliche e veritiere...insomma, tutto per
"non dimenticare".
Di contro Paolo Monelli ci invita ad altre meditazioni :
"Credete a me: i ricordi di battaglia di chi c’è
stato sono terribilmente incolori e poveri: un certo
giallo di roccia, un certo colore di zolle,un certo languore di cielo; qualche
parola semplice del vicino; un vuoto enorme nel cuore (e spesso anche nello
pancia). Chi vi fa la bella descrizione, con l’odor dei morti e l'aria epica, ha
avuto troppo agio per osservare. Le più belle giornate di battaglia restano nei
ricordi nostri come enormi lacune bianche o rosse, come eternità che raramente
riempiamo di contenuto. Qualche volta ci sforziamo di penetrare nel vuoto. Che
cosa pensavamo all’Ortigara in quelle giornate di rombi e di sole, buttati giù
alla rinfusa, morti e vivi, su quelle sassaie maledette, sotto quelle manate di
mitraglia che cacciavano per aria brandelli di montagna e di soldati?
I diari dicono che furono tre/quattro giornate di passione: noi non sappiamo più
di che furono riempite, ne risentiamo solo ancora confusamente, e con un
accoramento strano che sembra delle volte nostalgia, ne risentiamo solo ancora
impressioni a brandelli, di suono o di luce, e solo qualche stupido dettaglio
rimasto inciso con atroce vivezza nella memoria per l'eternità, e ci
rammarichiamo perché in quei ricordi non si è mai eroici mai estetici: è la
frase volgare d'un collega, è la bestemmia d'un ferito, è il dettaglio buffo
dell'animalità che non rinunciava a nessuno dei suoi diritti. E come passammo
quella notte di gelo e di tormenta, di cui non ricordiamo altro che un uguale
turbinio di neve e un ininterrotto terrore di perdere da un attimo all'altro il
sangue e gli spiriti? Non sappiamo più, non abbiamo mai saputo: i nostri sensi
erano troppo presi allora dalla dura necessità di campare la vita per indugiarsi
a percepire e a catalogare quelle impressioni."
Identiche posizioni si ritrovano anche nella pubblicistica della Seconda guerra
Mondiale.
A chi dar retta?
Semplicemente ad entrambe le posizioni. Ci fu eroismo, senso dei dovere,
fratellanza, dolore, morte, raccapriccio, atti di profonda umanità laddove di
umano non rimaneva nulla.
L’Associazione Nazionale Alpini non persegue lo scopo della celebrazione di
tragici eventi bellici ma custodisce e tramanda la lezione che quei ragazzi di
90 e 60 anni fa ci hanno lasciato e che oggi, più che mai, è attuale.
E questo nuovo romanzo testimonia la determinazione dei nostri giovani associati
di continuare sulla via loro indicata da quei ragazzi, anche con strumenti nuovi
ma con il solito fine: non
dimenticare!
Saluto del Comandante della “Julia”, Generale di Brigata Paolo SERRA
Saluto con vivo piacere la pubblicazione di
questo romanzo storico che con tecnica fumettistica efficace ed originale
descrive attraverso una saga familiare uno dei periodi più travagliati della
nostra storia.
L’autore, Mattia Uboldi, uno degli ultimi artiglieri di leva del 3° da Montagna,
ha saputo con la sua immaginazione ricreare le atmosfere, gli stati d’animo e le
situazioni che tanti Alpini hanno vissuto nel corso del 1° e del 2° conflitto
mondiale.
Il racconto di Uboldi, che l’abile mano del vignettista Isaac Zanetti ha saputo
tradurre in significative immagini, ha il pregio di saper trasmettere con uno
strumento particolarmente amato dai giovani valori spirituali profondi,
ricreando con estremo realismo vicende belliche ormai lontane.
Sono convinto che le pagine di “Memorie dimenticate” serviranno quale motivo di
riflessione ed ulteriore stimolo ad approfondire le tradizioni e la storia degli
Alpini, nonché rafforzare i sentimenti d’affetto della gente verso i soldati di
montagna e per questo esprimo il mio vivissimo plauso a quanti hanno contribuito
alla realizzazione del volume ed alla sua pubblicazione.
NEL SEGNO DEL RICORDO - DA UNA GUERRA ALL’ALTRA
Presentazione del Presidente dell'U.N.I.R.R. del Friuli V.G. Luigi Venturini
Sono nato a Udine il
12/12/1921 in una lunga strada ghiaiosa di periferia che va verso est e termina
sul torrente Torre.
Nel 1920 mio padre fu assunto nel corpo dei vigili urbani di Udine. Quell’
impiego gli permise di completare la costruzione della casa prima della mia
nascita.
La mia casa era stata ricavata dai miei genitori prolungando quella vecchia,
abitata da mia nonna.
La costruirono mio padre e mia madre: con un duro lavoro confezionarono da soli
i blocchi di cemento. Appena sposati seppero trasformarsi in abili muratori.
La costruzione era dislocata ai limiti estremi della periferia ed era immersa in
una vasta zona agricola.
Così i primi anni della mia giovinezza furono permeati dallo spettacolo della
natura e di quella sua conoscenza che assunse il suo valore qualificante nel
momento in cui cominciò la mia formazione scolastica nel 1927.
Erano anni di pace, ma i segni della passata guerra erano ancora visibili.
Ricordo le baionette austriache, i loro elmetti che mia madre trasformò in vasi
da fiori. Ricordo i muri delle case con i fori dei proiettili e le cartucce
ossidate che trovavo nei fossati. Per noi ragazzi era una continua sorpresa che
si manifestava molto pericolosa quando imprudentemente tentavamo di estrarre la
polvere dalle cartucce.
Mio padre e mio zio Marco avevano combattuto in guerra e i loro racconti sono
ancora oggi impressi nella mia mente. Mi ricordo la fierezza dello zio, quando
mi raccontava come fu decorato di Medaglia d’Argento al V.M. sebbene ferito,
salvò la sua mitragliatrice durante la battaglia sul Podgora.
Con le scuole dell’obbligo, le professionali e le serali, raggiunsi l’età in cui
fui travolto dalla passione per la radiotecnica e, dopo un lungo corso, trovai
il mio primo lavoro in quel campo.
Operai in quel settore per tre anni, fino al dicembre 1940: una perentoria
“cartolina” mi chiamò alla visita di leva nel gennaio 1941.
Considerato “abile”, fui destinato al 3° btg. Genio della “Julia”. Avevo appena
compiuto 19 anni ed ero stato assegnato agli alpini. Ero fiero di appartenere ad
un corpo militare che nella guerra mondiale e nella recente campagna di Grecia
aveva coperto di medaglie d’ oro i suoi labari.
Nel settembre 1941, per la mia preparazione professionale, fui promosso
sottufficiale e fui istruito radiotelegrafista.
Nel 1942 feci da istruttore nella mia specializzazione agli uomini della classe
1922.
Poi, fu la Russia.
LA STORIA
Nell’agosto 1942 la “Julia”
partì per la Russia con il Corpo d’Armata Alpino, destinata inizialmente ad
essere schierata sui monti del Caucaso, ai confini con l’Iran e la Turchia.
Al nostro arrivo in Russia, gli alleati tedeschi erano già arrivati a
Stalingrado, sul Volga, e stavano combattendo per la sua conquista.
Le divisioni alpine “Cuneense”, “Tridentina” e “Julia” erano già in viaggio per
raggiungere quelle montagne lontane, quando, improvvisamente, furono dispiegate
lungo il Don:
l’offensiva tedesca verso il Caucaso era stata fortemente rallentata e la cosa
non era un buon segno per gli alti comandi. Era chiaro che anche le divisioni
alpine sarebbero state utilizzate per arginare il futuro contrattacco russo.
L’inverno incombente imbiancò di neve le rive del Don già ai primi di ottobre
con gli alpini a presidio dei settori tra Bielogorje e Novaja Kalitva. A sud,
verso Bogucar, erano schierate le unità di fanteria.
Fu proprio in quella zona che ai primi di dicembre i russi scatenarono
l’offensiva, sfondando il fronte italiano. Il 16 dicembre la “Julia” ricevette
l’ordine di trasferirsi nella zona dello sfondamento, riuscendo su campo
scoperto a chiudere la falla durante cruentissimi combattimenti. Riuscì a
mantenere la posizione fino ai primi di gennaio 1943.
Bloccati dagli alpini, i russi sfondarono più a sud, coprendo distanze molto
profonde nelle retrovie italiane, sino a giungere a Valuiki. A nord dello
schieramento alpino si verificò nel frattempo uno sfondamento nemico identico,
portando così all’accerchiamento dell’intero Corpo d’Armata Alpino. La “Julia” e
la “Cuneense” si ritirarono allora verso le retrovie della “Tridentina” a
Podgornoje ove in una riunione dei generali comandanti le tre divisioni si
programmò il percorso della ritirata.
Nella stanza in cui si svolse quella storica riunione c’ero anche io con la
stazione radio e fu in quel momento che il Comandante della “Julia” mi ordinò
d’organizzarmi e seguirlo con due muli e la stazione radio. Il mio compito era
quello di consentire al Generale Ricagno di mantenere i collegamenti con i
reggimenti durante la tragica ritirata.
LA RITIRATA
La zona
del ripiegamento era coperta da molta neve e il freddo micidiale imperversava.
Si arrivava dai meno 20/25° diurni, fino ai meno 45° notturni.
Queste condizioni crearono molti problemi per il trasporto delle armi pesanti e
delle munizioni, poiché tutto era caricato su slitte trainate da muli o sui muli
stessi. Anche queste povere bestie, poi, dovevano essere a loro volta protette
dal freddo.
Alla fine di ogni tappa, alla sera, il mio primo compito era quello di
installare il ricetrasmettitore in prossimità dell’alloggio di fortuna del
Generale. Il freddo, però, congelava le batterie della ricetrasmittente e
procurava umidità nei circuiti elettronici. Dovevo quindi trovare un posto caldo
al fine di far rigenerare le batterie e far asciugare le apparecchiature.
E’ stato per me un duro lavoro che mi ha assorbito durante tutta la ritirata, ma
grande era la soddisfazione quando il Generale si collegava con i reggimenti per
dare istruzioni. Era questione vitale, come quella volta che riuscii a
collegarmi con il colonnello Cigolino: chiedeva aiuto da Nova Postolajovka dove
stava combattendo da due giorni senza riuscire a passare l’accerchiamento russo.
Per lui e i suoi quel collegamento radio fu determinante!
La ritirata si manifestò nella sua drammatica durezza a pochi giorni dal suo
inizio.
Il freddo rendeva inservibili anche i nostri scarponi, il cui cuoio una volta
congelato diveniva morsa dolorosa durante la marcia nella neve. Solo alcuni di
noi calzavano i “valenki” (stivali di feltro molto spesso) che proteggevano i
piedi dal freddo e rendevano agevole la marcia sulla neve. Dobbiamo al nostro
Generale Ricagno se molti poterono usufruire di questo caldo corredo. Io non
ebbi questa fortuna e fu salvezza per me l’aver deciso di eliminare gli scarponi
e avvolgere i piedi con mezze coperte da campo; a quelle temperature non
correvano il rischio di bagnarsi e assolvevano egregiamente la loro funzione.
Per cercare di ripararci dal freddo, inoltre, ci si cospargeva di grasso
anticongelante, anche se non serviva poi a molto, con particolare attenzione al
naso e alla fronte.
Durante la marcia abbiamo patito molta sete ed era un sollievo quando si
ricavava una buca a colpi di baionetta per raggiungere un corso d’acqua nascosto
da ghiaccio e neve. Si doveva bere alla svelta, però: in pochi secondi il buco
si richiudeva stretto dalla morsa del freddo e anche l’acqua nella gamella si
ghiacciava quasi all’istante!
La sofferenza maggiore era la fame. Quando partimmo in ritirata da Podgornoje
saccheggiammo tutti i magazzini, anche se trovammo poco e così, dopo due giorni,
i morsi allo stomaco ci costrinsero a macellare gli animali che trovavamo nei
villaggi, in prevalenza vacche e pollame. Anche la carne ricavata dalle carogne
dei nostri poveri muli congelati fummo costretti a consumare. Ogni sera dovevamo
espugnare un paese già occupato dalle truppe russe per non dormire all’aperto e,
una volta assolto a questo compito, al solito non c’era spazio per tutti. Così
molti rimanevano allo scoperto e cercando di fuggire al gelo accendevano dei
fuochi sulla neve. Con il calore e complice la stanchezza, numerosissimi si
assopivano attorno a quelle fiammelle per non risvegliarsi più: al mattino li
trovavamo morti assiderati, seduti o distesi attorno alle ceneri.
Fame e sete, poi, paralizzavano la mente e innumerevoli furono coloro che si
abbandonarono sulle piste innevate per non rialzarsi mai più.
La popolazione russa ha aiutato molto gli italiani in ritirata: molti di noi
sono stati soccorsi ricevendo medicamenti per i congelamenti e per le ferite. Un
alto numero di sopravvissuti deve la vita alle donne e ai vecchi delle isbe.
Molti di coloro impossibilitati a proseguire la ritirata perché malati furono da
loro curati e accuditi fino all’arrivo delle armate sovietiche.
La ritirata per me durò sette giorni, poi caddi prigioniero a Valuiki assieme al
Comando di Divisione della “Julia” il 27 gennaio 1943 e sono sopravvissuto
grazie all’aiuto della popolazione russa. Essa ricambiava con la pietà il
rispetto che abbiamo manifestato verso di loro quando eravamo invasori!
Al mio rientro, dopo tre anni di prigionia, ho dedicato un libro alla pietà
evangelica delle donne che mi salvarono la vita, dimenticando chi ero veramente.
In sostanza, ragazzi, vorrei cercare di dirvi solo una cosa: queste sono cose da
non farsi!
Vegliate, affinché questi fatti non si ripetano.
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