medaglia ricordo del 70° di fondazione della Sezione (1991)



ROMANZO
"MEMORIE DIMENTICATE"
di Mattia Uboldi


PER NON DIMENTICARE
Presentazione del Presidente nazionale dell'ANA Corrado Perona

L'Associazione Nazionale Alpini è nata nel 1919, con diversi scopi ma il principale, quello che negli anni è sempre rimasto invariato è quello che ci sprona a ricordare il sacrificio dei nostri Padri, Il 5 settembre 1920 i reduci alpini si ritrovarono sulla cime del Monte Ortigara.
La meta del raduno non era casuale ma ampiamente giustificata dagli eventi bellici del giugno 1917, cosi come spiegò Padre Giulio Bevilacqua, Cappellano Militare reduce dell’Ortigara:
"perché l’Ortigara? (…) Perché su quella montagna nuda, spelata, rocciosa, in quelle doline carsiche, tremende, elevate a 2000 metri, noi abbiamo lasciato la parte migliore di noi stessi, ventidue battaglioni alpini, il fiore delle nostre truppe e con tutta la nostra passione di alpini, noi ritorneremo sempre a lei - per non dimenticare - come dice l'iscrizione del semplice monumentino che vi ponemmo, perché sentiamo, profondamente sentiamo, che quel monte è il Simbolo nostro migliore! "
Molti si cimentarono nella descrizione di quegli eventi bellici rievocando le gesta eroiche degli Alpini. Furono stampati racconti impressionami, libri di tattica dettagliatissimi (ma fatti tutti con il senno del poi!), raccolte di lettere di Caduti più o meno auliche e veritiere...insomma, tutto per
"non dimenticare".
Di contro Paolo Monelli ci invita ad altre meditazioni :
"Credete a me: i ricordi di battaglia di chi c’è stato sono terribilmente incolori e poveri: un certo giallo di roccia, un certo colore di zolle,un certo languore di cielo; qualche parola semplice del vicino; un vuoto enorme nel cuore (e spesso anche nello pancia). Chi vi fa la bella descrizione, con l’odor dei morti e l'aria epica, ha avuto troppo agio per osservare. Le più belle giornate di battaglia restano nei ricordi nostri come enormi lacune bianche o rosse, come eternità che raramente riempiamo di contenuto. Qualche volta ci sforziamo di penetrare nel vuoto. Che cosa pensavamo all’Ortigara in quelle giornate di rombi e di sole, buttati giù alla rinfusa, morti e vivi, su quelle sassaie maledette, sotto quelle manate di mitraglia che cacciavano per aria brandelli di montagna e di soldati?
I diari dicono che furono tre/quattro giornate di passione: noi non sappiamo più di che furono riempite, ne risentiamo solo ancora confusamente, e con un accoramento strano che sembra delle volte nostalgia, ne risentiamo solo ancora impressioni a brandelli, di suono o di luce, e solo qualche stupido dettaglio rimasto inciso con atroce vivezza nella memoria per l'eternità, e ci rammarichiamo perché in quei ricordi non si è mai eroici mai estetici: è la frase volgare d'un collega, è la bestemmia d'un ferito, è il dettaglio buffo dell'animalità che non rinunciava a nessuno dei suoi diritti. E come passammo quella notte di gelo e di tormenta, di cui non ricordiamo altro che un uguale turbinio di neve e un ininterrotto terrore di perdere da un attimo all'altro il sangue e gli spiriti? Non sappiamo più, non abbiamo mai saputo: i nostri sensi erano troppo presi allora dalla dura necessità di campare la vita per indugiarsi a percepire e a catalogare quelle impressioni.
"
Identiche posizioni si ritrovano anche nella pubblicistica della Seconda guerra Mondiale.
A chi dar retta?
Semplicemente ad entrambe le posizioni. Ci fu eroismo, senso dei dovere, fratellanza, dolore, morte, raccapriccio, atti di profonda umanità laddove di umano non rimaneva nulla.
L’Associazione Nazionale Alpini non persegue lo scopo della celebrazione di tragici eventi bellici ma custodisce e tramanda la lezione che quei ragazzi di 90 e 60 anni fa ci hanno lasciato e che oggi, più che mai, è attuale.
E questo nuovo romanzo testimonia la determinazione dei nostri giovani associati di continuare sulla via loro indicata da quei ragazzi, anche con strumenti nuovi ma con il solito fine: non
dimenticare!

 

Saluto del Comandante della “Julia”, Generale di Brigata Paolo SERRA

Saluto con vivo piacere la pubblicazione di questo romanzo storico che con tecnica fumettistica efficace ed originale descrive attraverso una saga familiare uno dei periodi più travagliati della nostra storia.
L’autore, Mattia Uboldi, uno degli ultimi artiglieri di leva del 3° da Montagna, ha saputo con la sua immaginazione ricreare le atmosfere, gli stati d’animo e le situazioni che tanti Alpini hanno vissuto nel corso del 1° e del 2° conflitto mondiale.
Il racconto di Uboldi, che l’abile mano del vignettista Isaac Zanetti ha saputo tradurre in significative immagini, ha il pregio di saper trasmettere con uno strumento particolarmente amato dai giovani valori spirituali profondi, ricreando con estremo realismo vicende belliche ormai lontane.
Sono convinto che le pagine di “Memorie dimenticate” serviranno quale motivo di riflessione ed ulteriore stimolo ad approfondire le tradizioni e la storia degli Alpini, nonché rafforzare i sentimenti d’affetto della gente verso i soldati di montagna e per questo esprimo il mio vivissimo plauso a quanti hanno contribuito alla realizzazione del volume ed alla sua pubblicazione.

 

NEL SEGNO DEL RICORDO - DA UNA GUERRA ALL’ALTRA
Presentazione del Presidente dell'U.N.I.R.R. del Friuli V.G. Luigi Venturini
 

Sono nato a Udine il 12/12/1921 in una lunga strada ghiaiosa di periferia che va verso est e termina sul torrente Torre.
Nel 1920 mio padre fu assunto nel corpo dei vigili urbani di Udine. Quell’ impiego gli permise di completare la costruzione della casa prima della mia nascita.
La mia casa era stata ricavata dai miei genitori prolungando quella vecchia, abitata da mia nonna.
La costruirono mio padre e mia madre: con un duro lavoro confezionarono da soli i blocchi di cemento. Appena sposati seppero trasformarsi in abili muratori.
La costruzione era dislocata ai limiti estremi della periferia ed era immersa in una vasta zona agricola.
Così i primi anni della mia giovinezza furono permeati dallo spettacolo della natura e di quella sua conoscenza che assunse il suo valore qualificante nel momento in cui cominciò la mia formazione scolastica nel 1927.
Erano anni di pace, ma i segni della passata guerra erano ancora visibili. Ricordo le baionette austriache, i loro elmetti che mia madre trasformò in vasi da fiori. Ricordo i muri delle case con i fori dei proiettili e le cartucce ossidate che trovavo nei fossati. Per noi ragazzi era una continua sorpresa che si manifestava molto pericolosa quando imprudentemente tentavamo di estrarre la polvere dalle cartucce.
Mio padre e mio zio Marco avevano combattuto in guerra e i loro racconti sono ancora oggi impressi nella mia mente. Mi ricordo la fierezza dello zio, quando mi raccontava come fu decorato di Medaglia d’Argento al V.M. sebbene ferito, salvò la sua mitragliatrice durante la battaglia sul Podgora.
Con le scuole dell’obbligo, le professionali e le serali, raggiunsi l’età in cui fui travolto dalla passione per la radiotecnica e, dopo un lungo corso, trovai il mio primo lavoro in quel campo.
Operai in quel settore per tre anni, fino al dicembre 1940: una perentoria “cartolina” mi chiamò alla visita di leva nel gennaio 1941.
Considerato “abile”, fui destinato al 3° btg. Genio della “Julia”. Avevo appena compiuto 19 anni ed ero stato assegnato agli alpini. Ero fiero di appartenere ad un corpo militare che nella guerra mondiale e nella recente campagna di Grecia aveva coperto di medaglie d’ oro i suoi labari.
Nel settembre 1941, per la mia preparazione professionale, fui promosso sottufficiale e fui istruito radiotelegrafista.
Nel 1942 feci da istruttore nella mia specializzazione agli uomini della classe 1922.
Poi, fu la Russia.

LA STORIA 

Nell’agosto 1942 la “Julia” partì per la Russia con il Corpo d’Armata Alpino, destinata inizialmente ad essere schierata sui monti del Caucaso, ai confini con l’Iran e la Turchia.
Al nostro arrivo in Russia, gli alleati tedeschi erano già arrivati a Stalingrado, sul Volga, e stavano combattendo per la sua conquista.
Le divisioni alpine “Cuneense”, “Tridentina” e “Julia” erano già in viaggio per raggiungere quelle montagne lontane, quando, improvvisamente, furono dispiegate
lungo il Don: l’offensiva tedesca verso il Caucaso era stata fortemente rallentata e la cosa non era un buon segno per gli alti comandi. Era chiaro che anche le divisioni alpine sarebbero state utilizzate per arginare il futuro contrattacco russo.
L’inverno incombente imbiancò di neve le rive del Don già ai primi di ottobre con gli alpini a presidio dei settori tra Bielogorje e Novaja Kalitva. A sud, verso Bogucar, erano schierate le unità di fanteria.
Fu proprio in quella zona che ai primi di dicembre i russi scatenarono l’offensiva, sfondando il fronte italiano. Il 16 dicembre la “Julia” ricevette l’ordine di trasferirsi nella zona dello sfondamento, riuscendo su campo scoperto a chiudere la falla durante cruentissimi combattimenti. Riuscì a mantenere la posizione fino ai primi di gennaio 1943.
Bloccati dagli alpini, i russi sfondarono più a sud, coprendo distanze molto profonde nelle retrovie italiane, sino a giungere a Valuiki. A nord dello schieramento alpino si verificò nel frattempo uno sfondamento nemico identico, portando così all’accerchiamento dell’intero Corpo d’Armata Alpino. La “Julia” e la “Cuneense” si ritirarono allora verso le retrovie della “Tridentina” a Podgornoje ove in una riunione dei generali comandanti le tre divisioni si programmò il percorso della ritirata.
Nella stanza in cui si svolse quella storica riunione c’ero anche io con la stazione radio e fu in quel momento che il Comandante della “Julia” mi ordinò d’organizzarmi e seguirlo con due muli e la stazione radio. Il mio compito era quello di consentire al Generale Ricagno di mantenere i collegamenti con i reggimenti durante la tragica ritirata. 

LA RITIRATA 

La zona del ripiegamento era coperta da molta neve e il freddo micidiale imperversava. Si arrivava dai meno 20/25° diurni, fino ai meno 45° notturni.
Queste condizioni crearono molti problemi per il trasporto delle armi pesanti e delle munizioni, poiché tutto era caricato su slitte trainate da muli o sui muli stessi. Anche queste povere bestie, poi, dovevano essere a loro volta protette dal freddo.
Alla fine di ogni tappa, alla sera, il mio primo compito era quello di installare il ricetrasmettitore in prossimità dell’alloggio di fortuna del Generale. Il freddo, però, congelava le batterie della ricetrasmittente e procurava umidità nei circuiti elettronici. Dovevo quindi trovare un posto caldo al fine di far rigenerare le batterie e far asciugare le apparecchiature.
E’ stato per me un duro lavoro che mi ha assorbito durante tutta la ritirata, ma grande era la soddisfazione quando il Generale si collegava con i reggimenti per dare istruzioni. Era questione vitale, come quella volta che riuscii a collegarmi con il colonnello Cigolino: chiedeva aiuto da Nova Postolajovka dove stava combattendo da due giorni senza riuscire a passare l’accerchiamento russo. Per lui e i suoi quel collegamento radio fu determinante!
La ritirata si manifestò nella sua drammatica durezza a pochi giorni dal suo inizio.
Il freddo rendeva inservibili anche i nostri scarponi, il cui cuoio una volta congelato diveniva morsa dolorosa durante la marcia nella neve. Solo alcuni di noi calzavano i “valenki” (stivali di feltro molto spesso) che proteggevano i piedi dal freddo e rendevano agevole la marcia sulla neve. Dobbiamo al nostro Generale Ricagno se molti  poterono usufruire di questo caldo corredo. Io non ebbi questa fortuna e fu salvezza per me l’aver deciso di eliminare gli scarponi e avvolgere i piedi con mezze coperte da campo; a quelle temperature non correvano il rischio di bagnarsi e assolvevano egregiamente la loro funzione. Per cercare di ripararci dal freddo, inoltre, ci si cospargeva di grasso anticongelante, anche se non serviva poi a molto, con particolare attenzione al naso e alla fronte.
Durante la marcia abbiamo patito molta sete ed era un sollievo quando si ricavava una buca a colpi di baionetta per raggiungere un corso d’acqua nascosto da ghiaccio e neve. Si doveva bere alla svelta, però: in pochi secondi il buco si richiudeva stretto dalla morsa del freddo e anche l’acqua nella gamella si ghiacciava quasi all’istante!
La sofferenza maggiore era la fame. Quando partimmo in ritirata da Podgornoje saccheggiammo tutti i magazzini, anche se trovammo poco e così, dopo due giorni, i morsi allo stomaco ci costrinsero a macellare gli animali che trovavamo nei villaggi, in prevalenza vacche e pollame. Anche la carne ricavata dalle carogne dei nostri poveri muli congelati fummo costretti a consumare. Ogni sera dovevamo espugnare un paese già occupato dalle truppe russe per non dormire all’aperto e, una volta assolto a questo compito, al solito non c’era spazio per tutti. Così molti rimanevano allo scoperto e cercando di fuggire al gelo accendevano dei fuochi sulla neve. Con il calore e complice la stanchezza, numerosissimi si assopivano attorno a quelle fiammelle per non risvegliarsi più: al mattino li trovavamo morti assiderati, seduti o distesi attorno alle ceneri.
Fame e sete, poi, paralizzavano la mente e innumerevoli furono coloro che si abbandonarono sulle piste innevate per non rialzarsi mai più.
La popolazione russa ha aiutato molto gli italiani in ritirata: molti di noi sono stati soccorsi ricevendo medicamenti per i congelamenti e per le ferite. Un alto numero di sopravvissuti deve la vita alle donne e ai vecchi delle isbe. Molti di coloro impossibilitati a proseguire la ritirata perché malati furono da loro curati e accuditi fino all’arrivo delle armate sovietiche.
La ritirata per me durò sette giorni, poi caddi prigioniero a Valuiki assieme al Comando di Divisione della “Julia” il 27 gennaio 1943 e sono sopravvissuto grazie all’aiuto della popolazione russa. Essa ricambiava con la pietà il rispetto che abbiamo manifestato verso di loro quando eravamo invasori!
Al mio rientro, dopo tre anni di prigionia, ho dedicato un libro alla pietà evangelica delle donne che mi salvarono la vita, dimenticando chi ero veramente.
In sostanza, ragazzi, vorrei cercare di dirvi solo una cosa: queste sono cose da non farsi!
Vegliate, affinché questi fatti non si ripetano.




[Home] [Fumettista] [Presentazioni]