Sezione di Udine

A meno di dieci chilometri da Udine sorge il Tempio di Cargnacco, dedicato alla Madonna del Conforto, in memoria dei centomila che dalla tragica campagna di Russia non sono tornati.
Don Carlo Caneva, cappellano della Tridentina e alla cui tenace volontà si deve la costruzione di questa che sarà chiamata la «Redipuglia dell’A.R.M.I.R.», così racconta di quando e come venne ideata l’iniziativa:

«Alpino fu il primo che ne maturò l’idea: il colonnello Ezio Leonarduzzi comandante il Battaglione Tolmezzo. Prigioniero nel lager di Susdal, mi diceva spesso: “I russi non ci restituiranno mai le salme dei nostri morti ne rispetteranno i cimiteri di guerra ove noi abbiamo sepolto quelli caduti in combattimento o le fosse comuni in cui essi hanno interrato, accatastato, le decine di migliaia dei nostri, deceduti in prigionia. Se torniamo, dobbiamo fare qualcosa perché la loro memoria ed i loro nomi non siano dimenticati. Dobbiamo ottenere dai russi almeno una salma di un nostro caduto ignoto, che tutti li rappresenti”.
Morì durante il viaggio di ritorno dalla prigionia, senza avere la soddisfazione di vedere con i suoi occhi la realizzazione di quello ch’era stato il desiderio del suo grande cuore di alpino e di friulano.
Ma altri alpini si impegnarono ad attuarlo e formarono subito un comitato con il compianto colonnello Zacchi, già comandante il Battaglione Cividale, il colonnello Francesconi, il dottor Muratti, l’allora maggiore Lovatelli, primo capo di stato maggiore della rinata «Julia». Presidente del comitato fu il senatore Tartufoli, padre di un caduto alpino della Cuneense, e segretario il sottoscritto, ex cappellano della Tridentina. E alpino fu pure l’architetto, ideatore del progetto e direttore dei lavori: il compianto Giacomo Della Mea, già tenente in Russia nel Battaglione Tolmezzo.
Tutte le Divisioni alpine che parteciparono alla campagna di Russia vi furono rappresentate, ma quella che diede il maggior contributo in uomini ed in mezzi fu la «Julia».
I suoi automezzi portarono tutte le pietre, la ghiaia e la sabbia. Vere montagne di materiale che per quattro anni i quindici pionieri, che la «Julia» aveva messo a disposizione, facevano inghiottire alle betoniere ed ai montacarichi.
L’8° alpini volle per sé l’onore di preparare la prima pietra, ricavata da una roccia in vetta al Monte Canin e posata, con grande cerimonia, il 9 ottobre 1949.
E quando l’11 settembre 1955 il Tempio fu solennemente inaugurato, toccò agli alpini della «Julia» fare gli onori di casa alle migliaia di reduci dal fronte russo di tutte le armi ed ai congiunti dei Caduti e dei Dispersi accorsi da ogni parte d’Italia.
Già nella sua maestosa semplicità, con i soli scudi che nella cripta ricordano le dieci grandi unità dell’ARMIR è un silenzioso monumento a ricordo dei centomila che non sono tornati ed un monito ai vivi perché la tragedia della guerra non abbia più a devastare la nostra Patria e ad inghiottire la nostra gioventù nei suoi sanguinosi vortici.
Ma quando ci si sofferma ad ammirare le scene eternate negli artistici mosaici, nelle tre grandi vetrate istoriate e nella prima delle quattro grandi sculture ceramicate con le quali è completato l’interno del Tempio, e soprattutto quando si sfogliano i diciotto volumi che nella cripta contengono già 90.000 nominativi dei 100.000 nostri soldati Caduti e Dispersi in Russia, non è possibile non sentire gli occhi umidi ed il cuore gonfio. Addirittura non sembra possibile che degli uomini, nostri fratelli, abbiano potuto (e saputo) soffrire tanto.
Di quante lacrime, di quanti sospiri è testimone il Tempio di Cargnacco nel silenzioso continuo pellegrinaggio dei congiunti dei Dispersi da ogni parte.
La terza domenica di settembre, nella Giornata Nazionale del Disperso in guerra (che si celebra dal 1950) le migliaia di presenti, congiunti e reduci, uniti in una cerimonia che tocca i più alti vertici della commozione, diventano i protagonisti di quella che ben sì può chiamare l’apoteosi del dolore».

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