medaglia ricordo del 70° di fondazione della Sezione (1991)


 

I TRE SIMBOLI DELLA SEZIONE
 

Monumento sul Monte Bernadia

Monumento "Faro"
sul Monte Bernadia

 

Un’antica strada militare, ora asfaltata, porta da Tarcento a Sedilis e, di qui, sul Monte Bernadia. La strada prosegue poi sulla costa del Monte sovrastante la Val Cornappo e ridiscende nella Val Torre passando per Villanova delle Grotte.
Quasi sulla cima del Monte, sorge un antico forte posto a difesa della pianura friulana.
Gli alpini di Tarcento, sotto la guida del loro capogruppo Enrico Mattighello, dopo la seconda guerra mondiale idearono di costruire quassù un monumento in ricordo dei Caduti della «Julia».
Si costituì un comitato che comprendeva, oltre a quello di Tarcento, anche i Gruppi A.N.A. di Billerio, Segnacco, Sedilis, le Sezioni Mutilati e Combattenti e l'Associazione pro Tarcento.
L'opera progettata da Gianni Avon, rappresenta due penne mozze che si alzano verso il cielo a significare il sacrificio dei Caduti.
Sulla cima c'è il faro che irradia la sua luce.
Nel suo interno l'altare e la Madonnina della «Julia» (dono dell'Arciprete di allora Camillo Di Gaspero) ed il sacrario dove riposano le salme di sei caduti.
Il Monumento sacello è stato assegnato al Commissariato generale onoranze ai Caduti, dipendente dal ministero della Difesa ed è incluso nell'elenco dei Sacrari della Patria.
I lavori ebbero inizio il 26 settembre 1954, giorno in cui, in occasione di una manifestazione alpina svoltasi sul Monte, si posò la prima pietra con l'intervento delle autorità civili, militari e religiose della Regione, e proseguirono alacremente anche con l'aiuto assai valido dei reparti alpini.
L'opera fu completata nel luglio del 1958 e la domenica del successivo 14 settembre, nel corso di un'Adunata triveneta indetta per l'occasione, fu inaugurata alla presenza di un’immensa folla e delle più qualificate autorità, fra cui i vecchi comandanti della «Julia»: i generali Ricagno, Battisti, Scarpa e Capello.
Da allora ogni anno, con notevole concorso di gente, la prima domenica di settembre si tiene il raduno di penne nere.
Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1960, durante un violentissimo nubifragio, una scarica elettrica squarciò il monumento in due tronconi, rovinando gravemente la cappelletta ossario.
Ma gli alpini tarcentini non si scoraggiarono e, riunito nuovamente il comitato, decisero di ricostruire il faro «com'era e dov'era».
Domenica 9 settembre 1962 il monumento fu riconsacrato e benedetto da mons. Di Gaspero, Arciprete di Tarcento.
Da ricordare che in quell'occasione furono inaugurati anche due pannelli in mosaico, opera della Scuola mosaicisti di Spilimbergo, su bozzetto del concittadino Giobatta Pittini.
Ora una lapide all'interno della cappelletta ricorda il ten. col. Enrico Mattighello, cui va l'indiscusso merito della realizzazione dell'opera.

 

Il Tempio di Cargnacco dedicato ai Caduti e Dispersi in terra di Russia Tempio di Cargnacco
 

A meno di dieci chilometri da Udine sorge il Tempio di Cargnacco, dedicato alla Madonna del Conforto, in memoria dei centomila che dalla tragica campagna di Russia non sono tornati.
Don Carlo Caneva, cappellano della Tridentina e alla cui tenace volontà si deve la costruzione di questa che sarà chiamata la «Redipuglia dell'A.R.M.I.R.», così racconta di quando e come venne ideata l’iniziativa:

«Alpino fu il primo che ne maturò l'idea: il colonnello Ezio Leonarduzzi comandante il Battaglione Tolmezzo. Prigioniero nel lager di Susdal, mi diceva spesso: “I russi non ci restituiranno mai le salme dei nostri morti ne rispetteranno i cimiteri di guerra ove noi abbiamo sepolto quelli caduti in combattimento o le fosse comuni in cui essi hanno interrato, accatastato, le decine di migliaia dei nostri, deceduti in prigionia. Se torniamo, dobbiamo fare qualcosa perché la loro memoria ed i loro nomi non siano dimenticati. Dobbiamo ottenere dai russi almeno una salma di un nostro caduto ignoto, che tutti li rappresenti”.
Morì durante il viaggio di ritorno dalla prigionia, senza avere la soddisfazione di vedere con i suoi occhi la realizzazione di quello ch'era stato il desiderio del suo grande cuore di alpino e di friulano.
Ma altri alpini si impegnarono ad attuarlo e formarono subito un comitato con il compianto colonnello Zacchi, già comandante il Battaglione Cividale, il colonnello Francesconi, il dottor Muratti, l'allora maggiore Lovatelli, primo capo di stato maggiore della rinata «Julia». Presidente del comitato fu il senatore Tartufoli, padre di un caduto alpino della Cuneense, e segretario il sottoscritto, ex cappellano della Tridentina. E alpino fu pure l'architetto, ideatore del progetto e direttore dei lavori: il compianto Giacomo Della Mea, già tenente in Russia nel Battaglione Tolmezzo.
Tutte le Divisioni alpine che parteciparono alla campagna di Russia vi furono rappresentate, ma quella che diede il maggior contributo in uomini ed in mezzi fu la «Julia».
I suoi automezzi portarono tutte le pietre, la ghiaia e la sabbia. Vere montagne di materiale che per quattro anni i quindici pionieri, che la «Julia» aveva messo a disposizione, facevano inghiottire alle betoniere ed ai montacarichi.
L'8° alpini volle per sé l'onore di preparare la prima pietra, ricavata da una roccia in vetta al Monte Canin e posata, con grande cerimonia, il 9 ottobre 1949.
E quando l'11 settembre 1955 il Tempio fu solennemente inaugurato, toccò agli alpini della «Julia» fare gli onori di casa alle migliaia di reduci dal fronte russo di tutte le armi ed ai congiunti dei Caduti e dei Dispersi accorsi da ogni parte d'Italia.
Già nella sua maestosa semplicità, con i soli scudi che nella cripta ricordano le dieci grandi unità dell'ARMIR è un silenzioso monumento a ricordo dei centomila che non sono tornati ed un monito ai vivi perché la tragedia della guerra non abbia più a devastare la nostra Patria e ad inghiottire la nostra gioventù nei suoi sanguinosi vortici.
Ma quando ci si sofferma ad ammirare le scene eternate negli artistici mosaici, nelle tre grandi vetrate istoriate e nella prima delle quattro grandi sculture ceramicate con le quali è completato l'interno del Tempio, e soprattutto quando si sfogliano i diciotto volumi che nella cripta contengono già 90.000 nominativi dei 100.000 nostri soldati Caduti e Dispersi in Russia, non è possibile non sentire gli occhi umidi ed il cuore gonfio. Addirittura non sembra possibile che degli uomini, nostri fratelli, abbiano potuto (e saputo) soffrire tanto.

Di quante lacrime, di quanti sospiri è testimone il Tempio di Cargnacco nel silenzioso continuo pellegrinaggio dei congiunti dei Dispersi da ogni parte.
La terza domenica di settembre, nella Giornata Nazionale del Disperso in guerra (che si celebra dal 1950) le migliaia di presenti, congiunti e reduci, uniti in una cerimonia che tocca i più alti vertici della commozione, diventano i protagonisti di quella che ben sì può chiamare l'apoteosi del dolore».

Da quell'11 settembre 1955 dovevano trascorrere ben trentacinque lunghi anni, prima che l'avello predisposto da Don Carlo Caneva nella cripta del Tempio potesse accogliere la salma del «Soldato ignoto» simbolo delle «centomila gavette di ghiaccio».
Soltanto il 2 dicembre 1990 una delegazione sovietica, nell'ambito del nuovo corso instaurato nell'URSS dalla perestroika di Gorbaciov consegnava ufficialmente all'Italia la salma di un soldato ignoto, rinvenuta dal generale Gavazza in uno dei pochi cimiteri militari italiani che non sono stati distrutti nell'epoca staliniana.

 

Chiesetta della "Julia" di Muris di Ragogna Chiesetta di Muris
 

Nell'ambito di quello splendido paesaggio costituito dall'anfiteatro morenico, proprio dove il Tagliamento sembra aprirsi la strada a forza attraverso la stretta di Pinzano, sorge il Monte di Ragogna.
Di
lassù l'occhio spazia verso la pianura friulana fino all'Adriatico, al Carso, alle Alpi Giulie ed alle Carniche; un vero meraviglioso osservatorio, che giustifica i resti di opere difensive ed offensive in caverna, avanzi di trinceramenti, che ricordano il sacrifico della Brigata «Bologna» nel tentativo di contenere l'avanzata austro-tedesca del 1917.
Nel corso di quegli aspri combattimenti andò distrutta anche l'antica chiesetta di S.Giovanni, fondata nel XIII° secolo, ma che la tradizione vuole far risalire all'epoca dei Longobardi, che usavano erigere le loro chiese sui monti per renderle più sicure e le dedicavano al nome del Santo precursore di Cristo.
Nella chiesetta esistono vari affreschi tra i quali uno di pregevole fattura, raffigurante la Vergine col Bambino, tra S.Giovanni e la Maddalena.
Concluso il primo conflitto mondiale, la pietà degli abitanti e del Parroco di Muris, provvide a ricostruire la chiesetta, che venne restaurata nuovamente dopo la seconda guerra mondiale e, per iniziativa degli alpini dell'A.N.A. di Udine, dedicata al culto della memoria dei 24.000 caduti della «Julia».
Nei pressi della chiesetta venne, a tale scopo, ricavato un ampio piazzale ed un altare.
A fianco del monumento agli Alpini, i pochi superstiti dell'affondamento del «Galilea» (la nave che riportava in Patria il Battaglione “Gemona”), hanno voluto ricordare tutti i loro soldati periti in quella tragica notte con lapidi dedicate anche ai marinai ed ai carabinieri scomparsi tra i flutti.
Il terremoto del 1976 non risparmiò l'antica chiesetta. La distruzione fu quasi totale, ma gli alpini, com'è loro costume, si tirarono su le maniche e la ricostruirono.
E proprio la ricostruzione della chiesetta di Muris, dedicata ai Caduti della «Julia», era stato per tutti un impegno d'onore a coronamento dell'attività dei cantieri in Friuli.
Ogni anno i superstiti della Divisione, assieme ai familiari dei Caduti e dei Dispersi salgono lassù perché «sia sacro e lacrimato il sangue per la Patria versato e finché il sole risplenderà sulle sciagure umane».

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